Sarà capitato a tutti prima o poi. Un po’ come quando sei a tavola e ti annoi a morte, vuoi perché mangi da solo e non ti sei portato nulla da leggere, vuoi perché desidereresti che i tuoi commensali sparissero in un battito di ciglia. Ti metti a leggere l’etichetta della bottiglia di acqua posata sul tavolo. Trovi allora estremamente interessanti anche l’analisi chimica e l’analisi chimico- fisica della tua minerale di sempre: e tra le righe che ti enunciano la temperatura media alla sorgente, l’attività degli ioni idrogeno ph 7.4 e la conducibilità elettrica specifica, puoi leggerci addirittura un intero romanzo. Oppure, come faccio io di solito, immaginartela, questa sorgente, lassù ad alta quota, tra i monti che sorridono e le caprette che fanno “ciao”. Ho ancora davanti il pensiero di me, a otto anni: a tavola con le due monete da 100 lire sotto le ascelle, perché mangiassi con i gomiti stretti (e se le facevo cadere… guai!!). Ho ancora davanti a me l’immagine di quella bottiglia di Acqua Panna così piena di sostanze oligominerali che io non potevo capire. E l’etichetta arancione, con la fontana (arancione) a forma di leone (arancione) dalla cui bocca usciva l’acqua (arancione). Ecco, io immaginavo la fonte sulle Alpi, in mezzo ai ghiacci e tutto era di un solo colore (arancione) perché l’immagine era stata ripresa durante uno splendido tramonto (arancione). Nella mia fantasia di bambina, quella fontana arancione a forma di leone (che mi ricordava la Bocca della Verità, a Roma, al Foro Boario) stava esattamente lì, sorta dal nulla in mezzo ai ghiacci (arancioni), come se non fosse un prodotto dell’uomo fine scultore, ma della natura: una fontana arancione ruggente in mezzo al nulla. A questo punto, la cosa era talmente assurda che avevo un fremito di esaltazione pindarica e mi cascavano le monete da sotto le ascelle. Più che arancione, a quel punto, vedevo nero. Ma va beh, sorvoliamo la digressione di me Piccola Fiammiferaia. Eccomi qui. Con le mani, con le mani, con le mani. E con i gomiti e le ginocchia, anche. Sono arrivata qui. So come ci sono arrivata, non so dove sto andando. Forse penso a dove vorrei andare. Ma non mi importa, in questo momento. L’importante è essere qui adesso, e andare da qualche parte. Avere la sensazione del movimento sotto i piedi anche quando sto seduta. Avere un viaggio da intraprendere, un sacco a pelo che mi tenga caldo nelle notti sotto le stelle, qualche soldo fatto di sogni che si faccia spendere, una valigia piena delle cose essenziali, quelle che vorrei avere sempre con me. Nel viaggio. Mai come adesso che sono in movimento mi rendo conto di non essere mai stata ferma. Tutto questo adesso mi sembra necessario e perciò a suo modo bellissimo. Come se la noia e lo sconforto avessero fatto posto all’essenzialità del passaggio inevitabile, il passaggio inevitabile per essere di nuovo in marcia. Ho tentato di fingere con me stessa di cercare una destinazione ben precisa, che in fondo non mi si addiceva, superficiale nella sua pretesa di essere perfetta, in cui credevo avrei dimenticato quella parte di me più profonda, che mi spingeva sempre a non accontentarmi, a cercare. In cui mi sono nascosta dietro uno stupido gioco di parole. In cui ho mascherato quella-parte-di-me, appunto. Eppure, mi andava stretta e, ad un certo punto, finire in un luogo in cui tutti i rapporti diventavano così facilmente informali mi ha aiutato a rivedere il senso delle cose. Non puoi stare nella città del gioco frivolo, se prendi ogni cosa seriamente come se andassi alla guerra. Io ci ho provato, non ci sono riuscita. Ed è stato allora che la Città del Buonismo ha preso ad andarmi stretta, ed io ho cominciato ad essere di troppo anche per i suoi abitanti. Bisogna conoscermi. Allora arrivavo dalla Città del Tutto Sul Serio, dove sono stata molti anni. Avevo bisogno di uno svago. Di un momento in cui fare tabula rasa del mio cervello, del mio cuore, della mia anima sempre in movimento. E poi è successo, sono arrivata qui. E questo è più difficile da spiegare. Perché, improvvisamente, questo è il “luogo” in cui mi sembra di avere preso coscienza totalmente di me stessa. Dei miei limiti e dei miei pregi. Della mia voglia di mettermi in discussione, del mio senso innato a prendermi troppo sul serio e, allo stesso tempo, a volermi anche prendere un po’ in giro. Questo è il luogo in cui la mia anima si inserisce nel suo contesto, in cui ha trovato l’angolo in cui accovacciarsi piano, in cui rilassarsi senza stare troppo sul chi vive, in cui essere se stessa senza essere obbligata ad esserlo e anche senza essere obbligata a nascondersi. Avrò tempo e modo di parlare delle scoperte, dei cambiamenti. Delle persone che mi hanno aiutato a scegliere non la destinazione, ma la direzione. Lasciate che io raccolga la mia valigia con dentro le mie poche cose, lasciate che mi rimetta a camminare. Non so più stare ferma. Sono una fucina di idee. E improvvisamente tutto quello che vedo mi sembra ne valga la pena. Fermarsi allora non vuol dire più farsi del male, vuol dire semplicemente prendersi tempo per gustare il paesaggio della vita.